Perché scrivere un libro?

La domanda è tanto semplice quanto complessa è la risposta: perché scrivere un libro? Che sia un romanzo, un manuale tecnico o qualsiasi altra cosa, prima di iniziare a farlo, è opportuno capire le proprie motivazioni e aspettative.

Ci sono casi in cui si scrive un libro per sfogarsi e credo che sia una delle motivazioni più belle. Molti psicologi sostengono che leggere sia una strumento terapeutico eccezionale, al pari di scrivere che viene considerata una meravigliosa forma di catarsi, ma non solo.

Tenere un diario permette, quando lo si rilegge, di vedere quanto scritto sotto una prospettiva diversa e di essere più lucidi e spesso anche più obiettivi. 

Cambiare punto di vista è utile, consiglio sempre ai miei autori di stampare il romanzo e di rivederlo sotto questa nuova ottica usando, per le correzioni, una penna rossa. Stessa cosa vale per la rilettura che consiglio di fare ad alta voce così da scovare refusi nascosti e passaggi poco eleganti.

Passione o professione?

Pensaci bene prima di cimentarti in qualcosa che non conosci. Se vuoi scrivere un romanzo solo per il piacere di farlo, come hobby, va benissimo accendere il pc, aprire il programma di scrittura e dare sfogo alla tua fantasia.

Se invece hai velleità di pubblicazione, forse è il caso che ti fermi. Scrivere è una forma d’arte. Faresti un provino per i Rolling Stones come chitarrista, senza mai aver preso in mano una chitarra?

No? Allora qual è il motivo che ti fa credere che puoi scrivere un best seller senza mai aver studiato la scrittura, la grammatica e la creazione di storie?

  1. La mancanza di consapevolezza.
  2. L’idiozia spinta.
  3. La presunzione iperbolica.

Sono troppo cattivo? Dovresti leggere i molti testi che ci arrivano, il 90% hanno problemi così gravi che non ci sentiamo di editarli neanche a fronte di cospicui pagamenti (più di 12 euro a cartella editoriale). Il restante ha sempre criticità importanti ma anche un potenziale, che è ciò che ci interessa.

Di questo 10% potremmo dividere gli autori nelle 3 categorie precedenti, ed è chiaro che siamo disposti a lavorare con chi sta nel punto 1. Si tratta di persone che hanno scritto un testo, mettendoci tutta la loro conoscenza e passione. Sono lettori – solitamente di uno o due generi – che hanno udito il richiamo della scrittura.

Costoro non hanno idea di quanto lavoro ci sia dietro un buon romanzo, spesso lo hanno solo intuito ma gli manca di vedere “su pagina”, gli errori che commettono. Sono loro i potenziali scrittori che forse, un giorno, potranno scrivere un ottimo romanzo.

Fantasy… non il genere letterario!

Spesso mi viene chiesto quanto guadagna uno scrittore, perché film, serie e tv mostrano autori che passano le giornate a lavorare in campagna, con una tazza di caffè americano, sigarette e un conto in banca che galoppa!

È un’immagine irreale, nessuno degli scrittori che conosco – anche famosi – beve caffè americano! E pochi, forse una decina, possono permettersi di vivere solo grazie ai romanzi.

La maggior parte, come noi di PennaRigata, anche se pubblichiamo con alcune CE note, non arriveremmo a fine messe se facessimo conto solo sulle royalty! 

In Italia si legge pochissimo, il mercato è quindi così misero da non permettere a quasi nessuno di vivere di scrittura. Nel mondo anglosassone, un autore “medio”, vende anche 50.000 copie l’anno che sono sufficienti per vivere bene. O scrivi in inglese o è meglio che ti tieni stretto il tuo lavoro (se lo hai, visti i tempi).

1. Perché scrivere un libro? Per i soldi e la fama, ovvio

Abbiamo appena visto che i guadagni sono miseri, o almeno quasi mai sufficienti per vivere di scrittura e basta. Diverso è il mondo del self publishing che crea molti illusi arrabbiati con l’editoria tradizionale – la volpe e l’uva -, ma crea anche persone in grado di diventare davvero editori di loro stessi.

Il guadagno può essere decoroso, non parliamo di cifre iperboliche ma in un anno possono mettersi in tasca varie migliaia di euro.

Guadagni sì, fama no. Ma in fondo perché scrivere un libro se non si può godere di un minimo di notorietà (o anche solo attenzione). Gli scrittori sono persone – come tutti gli artisti – che vivono anche di consensi.

Un conto è una sana “riconoscenza” da parte dei lettori, tutt’altro è montarsi la testa perché si vede il proprio nome scritto a caratteri cubitali sulla copertina.

Se vuoi scrivere un libro, non lo fare per l’ego, perché rischi di non ascoltare mai i consigli altrui (es. dell’editor) e di montarti la testa. Scrivere è (o almeno dovrebbe essere) una forma d’arte in cui si comunica e che rende il lettore importante quanto lo scrittore.

Ho visto decine di autorelli da fiera atteggiarsi a fenomeni, firmando copie e facendo dediche neanche fossero Stephen King!

2. Scrivere un libro come desiderio

Finire un romanzo è, per molti, un desiderio che non ha nulla a che vedere con i soldi e con la fama. È invece qualcosa di più profondo e personale, come dire:

Ci ho provato e l’ho scritto!

Un’appagamento incredibile, un obiettivo raggiunto che può essere costato mesi – a volte anni – di duro lavoro. Ma tanto lavoro non è sinonimo di buon prodotto.

Ciò accade perché si tende a scrivere un testo senza conoscere il mestiere. I romanzi sono spesso farciti di:

  • infodump a pioggia,
  • refusi,
  • errori grammaticali e ortografici,
  • pistolotti morali neanche un prete del X secolo,
  • descrizioni a pioggia,
  • dialoghi pessimi e inconcludenti,
  • confusione…
  • …e tanti altri ancora.

Ma se il tuo desiderio era di raccontare una storia, o anche la tua autobiografia, per il piacere di farlo, questi problemi sono relativamente importanti. È chiaro che si deve lavorare al meglio, imparare e crescere, se però lo leggerai solo tu e i tuoi cari, puoi non cercare un aiuto esterno.

Se desideri anche proporlo alle case editrici o alle agenzie letterarie, allora gli errori appena visti andranno eliminati attraverso l’editing del romanzo.

3. Perché scrivere un libro? Perché è terapeutico

Nell’articolo “Perché leggere fa bene“, abbiamo elencato una serie di benefici scientificamente provati della lettura.  Dall’altro lato c’è invece lo scrivere, che da sempre è considerato catartico, una valvola di sfogo che ti permette di vedere gli accadimenti sotto un’altra prospettiva.

Si scrive, in un modo o nell’altro, sempre di sé stessi declinandosi in diverse vesti: protagonista e antagonista, cattivo e buono, vittima e carnefice.

Immedesimarsi in personaggi diversi aiuta a sfogare le proprie ansie e ad affrontare le proprie paure. Scrivendo ci si confronta con una grande “stronza”: la pagina bianca, che non giudica o risponde, ma obbliga ad andare nelle profondità della propria anima.

Si impara tanto di sé stessi quando si scrive, ci si perde tra le pagine per ritrovarsi, in un certo modo, cambiati. Ti chiederai: 

  • perché hai voluto raccontare proprio quella storia?
  • Cosa volevi comunicare davvero?
  • Per quale ragione il cattivo è così e ha determinate caratteristiche?
  • Perché hai creato quei personaggi e li hai messi di fronte a quegli ostacoli?
  • A chi è diretto il tuo romanzo?

Con il tempo si risponde a queste domande, non è necessario avere fretta.

4. Per migliorare le proprie capacità comunicative

Leggere migliora, tra le altre cose, la capacità di comprendere gli altri. Si evita anche di diventare analfabeti funzionali.

Ma la comunicazione è fatta a due vie:

  1. chi parla (o scrive),
  2. e chi ascolta (o legge).

Scrivere un libro ti permetterà di migliorare la tua capacità di comunicazione attiva. Con il tempo i tuoi messaggi, email o report acquisiranno una chiarezza che prima non avevano.

Quante volte si litiga via chat con un amico, parente o partner perché non ci si capisce. La maggior parte delle discussioni tra coniugi avvengono proprio per fraintendimenti attraverso social e chat.

Alcuni provano a mettere le emoticon, così da mettere in evidenza, ad esempio, che si sta scherzando. Ma se impari a scrivere nel modo giusto, non ne avrai bisogno e sarai compreso senza fraintendimenti (di solito).

Scrivere un romanzo, lavorandoci con amore e abnegazione, migliorerà anche i rapporti con gli altri: incredibile!

5. Diventare scrittore

Ecco la risposta che molti avranno dato: coronare il sogno di vivere di scrittura. Come abbiamo visto in precedenza, è molto complicato riuscirci, soprattutto a causa del mercato dei libri nostrano.

Chi può dire di essere uno scrittore? Alcuni sostengono che basti scrivere un libro e pubblicarlo, in self publishing o anche con l’editoria a pagamento, per potersi fregiare di tale titolo.

Altri, più pragmatici, dicono che si è scrittori solo quando si “vive” grazie ai guadagni della vendita dei propri testi. Quindi quantificano economicamente il valore “letterario” di una persona.

Entrambe le teorie mi sembrano confuse e poco realistiche.

  • E Van Gogh? È morto sconosciuto e senza un soldo, quindi non era un pittore?
  • O la signora sotto casa che dipinge acquarelli sbavati incomprensibili? Lei è una pittrice perché dipinge?
  • È come dire: sono un influencer perché ho 3.000 follower su Instagram e posto foto in costumini succinti!

Essere scrittore non è un titolo di studio o un’onorificenza attribuita da qualcuno. Vuoi diventarlo? Impara, studia, sbaglia, cresci, sbaglia ancora e mettiti in gioco. Scrivi tanto, romanzi, racconti, poesie o anche manuali di giardinaggio. Leggi.

Perché scrivere un libro? Per il piacere di farlo, a noi sembra la risposta migliore.

Se hai scritto un romanzo e vuoi proporlo alle case editrici è essenziale un editing attento per correggere gli aspetti negativi e le criticità. Per qualsiasi informazione puoi scriverci a:

info@pennarigata.it

2 commenti su “Perché scrivere un libro?”

  1. Quando si raggiunge un certo livello di consapevolezza dopo aver trascorso metà dell’esistenza a scrivere romanzi soltanto per il piacere di scriverli e si é cercato di sperimentare generi diversi, si é scavato, si é letto e si é giudicato (perché anche quello si fa quando si leggono ‘gli altri’), quando leggendo si arriva a comprendere che ciò che viene descritto al punto 2 del tuo articolo é assolutamente vero sia per gli altri ma soprattutto per te, direi che allora si sono messi in barca i remi della presunzione e si comincia a lavorare sul serio. Consapevoli del fatto che tuttavia ciò non é sufficiente. Perché arrivano gli altri problemi, quelli legati al mercato, al mondo dell’editoria, al fatto che in Italia non si é mai letto molto ma si legge ancor meno di questi tempi, al fatto che devi sgomitare tra la folla e che questa folla é spesso formata da beata ingenuità.
    Poi ci sono gli altri fatti eclatanti. Leggendo l’articolo relativo all’essere o meno raccomandati. E’ vero, se il prodotto é buono prima o poi verrà notato. Anche a costo di raggiungere lo scopo post mortem come van Gogh. Però ci sono alcune cose che saltano agli occhi se stai un po’ attento al mondo che ti circonda. Senza fare nomi. Si viene a scoprire che un’autrice di chiara fama lavora in realtà nell’editoria. Si viene ancora a scoprire che un’altra autrice proviene dallo stesso mondo e via così. Questi sono punti interrogativi a cui é abbastanza semplice rispondere.
    A questo punto, dopo esserti detto che in fondo anche nei ministeri ci sono i parenti dei ministri, decidi di rivolgerti ai professionisti, quelli che dopo sole tre pagine sono in grado di dirti se stai perdendo il tuo tempo oppure no. Perché é vero anche questo, esistono persone in grado di farlo. Anche lì però devi sgomitare. Lo devi fare per tentare di riconoscere se il professionista é truffaldino o si tratta di una persona onesta, lo devi fare nella speranza che questo professionista risponda alle tue esigenze e non sia uno appena uscito da un corso di editing e via discorrendo. Giunti a questo punto gettare la spugna é un attimo. Ciò che ti trattiene é soltanto l’amor proprio perché, in fondo, sai che alla fine, andasse tutto male, continueresti a scrivere per il piacere di farlo. E piano piano, a furia di rileggere i tuoi lavori, invece di dialogare con i lettori entri sempre più in confidenza con i personaggi che hai creato.
    Mi piace il vostro sito e continuerò a leggere i vostri articoli. Grazie. Dovessi mai decidere di lanciarmi in quest’impresa potrei perfino arrivare a contattarvi.

    1. Salve Matilde, come darti torto? Il mondo editoriale italiano è lo specchio della nostra società: nepotismo, incompetenza e stupidità (più tante altre “qualità” con cui riempiremmo l’intero commento”). Spesso la fortuna è necessaria come la consapevolezza che ci si deve costruire una carriera con cui, poi, proporsi a realtà più importanti. Anche tale via non dà certezza di successo, ma di solito è la strada più valida che passa comunque per “le vendite”: se sono buone, qualcuno, forse, ti prenderà in considerazione.
      Per quanto riguarda “gli esperti di settore”, diffiderei in primis di chi garantisce una pubblicazione alla modica cifra di centinaia di euro per una scheda di valutazione o di chi ti chiede soldi per una rappresentanza. Il rischio imprenditoriale delle agenzie letterarie dovrebbe essere lo scouting, se però viene coperto dal povero autore, dov’è il rischio? Se una casa editrice chiede soldi per pubblicarti, significa che non è un editore, ma una copisteria.
      Grazie, come avrai capito i nostri articoli non sono la “verità”, ma diamo solo il nostro punto di vista di un settore che viviamo da quasi vent’anni.
      Un caro saluto.

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