Scrittura da insicuri, i segnali che lo indicano

La scrittura da insicuri è uno dei grandi limiti che dimostrano molti autori, ma si può risolvere! È un difetto che ricorre in moltissimi manoscritti che spesso non appare neppure tale, dato che si presenta con il volto rassicurante della chiarezza.

Scrittura da insicuri non è sinonimo di incapacità!

Con la scusa dell’attenzione al lettore smonta la tensione, appiattisce la voce e rende la prosa incapace di reggere lo sguardo. Lo si riconosce da una postura, prima ancora che da una tecnica, dato che nasce dall’idea che il lettore vada continuamente guidato e accompagnato per mano. La narrativa non è un manuale d’istruzioni, è un atto di fiducia, e senza la pagina si trasforma in una spiegazione travestita da scena.

Questa forma di insicurezza stilistica può essere riassunta in un’etichetta utile, ruvida quanto basta per lasciare il segno: scrittura da insicuri. Non riguarda:

  • il talento,
  • la sua cultura,
  • l’idea,
  • la fantasia,
  • le letture fatte,
  • la sensibilità dell’autore,

Riguarda la scelta di aggiungere stampelle che non servono e che, proprio per la loro inutilità, rivelano che la scena non è stata scritta con decisione e chiarezza.

Ripetizioni inutili, la paura mascherata da chiarezza

Le ripetizioni non sono soltanto un problema di stile, spesso sono il sintomo di una mancanza di fiducia in chi legge. L’autore scrive una frase efficace, ne percepisce l’effetto, e subito dopo la ripete con un’altra frase che non aggiunge nulla, se non la sensazione di un raddoppio ansioso, quasi che il concetto potesse evaporare nel tragitto fra una riga e l’altra.

Versione timida: “Entrò e si lasciò cadere sul letto. Non era comodo. Sfiorò le lenzuola. Sembravano carta.” Qui la seconda frase non è una scoperta, è una traduzione scolastica di ciò che la scena aveva già mostrato, e la scena perde forza proprio nel momento in cui potrebbe funzionare da sola.

Versione pulita: “Entrò e si lasciò cadere sul letto. Le lenzuola erano carta.” Il lettore non ha bisogno di essere avvisato, capisce, e la prosa resta leggera e incisiva.

La ripetizione inutile infastidisce e spezza il ritmo, dato che costringe chi legge a rimanere fermo su un concetto già acquisito.

Verbi attenuanti e distanza emotiva

Esiste una famiglia di verbi che indebolisce la frase trasformando ciò che accade in una supposizione. “Sembra”, “pare”, “appare” diventano una nebbia costante, quando andrebbe usata con parsimonia.

In una scena concreta, un gesto non “pare” un gesto, è un gesto. Un suono non “sembra” un suono, è un suono. Se un colpo risuona oltre una porta, la frase più forte resta: “Bussarono.” Non “parve che bussassero”! La seconda formulazione introduce una distanza che nasce dalla timidezza dell’autore, e tale atteggiamento si sente.

L’incertezza ha diritto senso nei dialoghi, dove una voce umana può mentire, sbagliare o tergiversare. Il punto non è bandire questi verbi, è usarli soltanto nei punti in cui hanno senso, non quando producono esitazione.

La scrittura da insicuri e il “quasi”

Fra tutti i segnali della scrittura da insicuri, il più riconoscibile è il “quasi”. È una parola devastante che consente di evitare una scelta precisa. È la scorciatoia dell’autore che non vuole prendersi la responsabilità di ciò che scrive.

Scrivere “era quasi arrabbiata” significa rifiutare la responsabilità della scena. O l’ira c’è, o non c’è. Se esiste una sfumatura, allora la sfumatura va trovata e mostrata, non lasciata in sospensione.

Versione debole: “Si voltò verso l’altra quasi irritata e domandò se fosse stata lei.” La frase scivola via e non si nota nulla. 

Versione precisa: “Si voltò di scatto, stringendo le labbra, e domandò a voce bassa se fosse stata lei.” Qui l’irritazione non viene dichiarata ma mostrata senza che l’autore debba metterle un’etichetta.

Il “quasi” nasce dall’indecisione e spesso indica che una scena è stata progettata in modo confuso, vista con poca nitidezza e scritta tentando di coprire quella confusione con una parola tampone.

Chiarezza visiva e intenzione, la cura che elimina le stampelle

La scrittura da insicuri sparisce nel momento in cui la scena diventa chiara nella testa dell’autore. Non parlo di chiarezza teorica, ma di sapere che cosa sta accadendo.

La domanda utile non riguarda il lettore, riguarda la tua messa a fuoco. Se una scena ti appare nebulosa, se non sai esattamente che cosa prova un personaggio, se non hai deciso quale dettaglio debba colpire, la frase cercherà stampelle. Se invece la scena è nitida, la prosa cammina senza aiuti.

Progettazione e stile

Questo problema non appartiene soltanto allo stile ma anche alla progettazione. Una pagina esitante è spesso il riflesso di un romanzo costruito senza sufficiente consapevolezza, con scene che esistono per intenzione vaga e non per necessità, con conflitti non dichiarati a livello profondo, con obiettivi incerti. 

Dall’altra parte, la tecnica di scrittura serve proprio a rendere visibili gli automatismi. È facile riconoscere la cattiva prosa negli altri, perché il distacco fa da lente. Sul proprio testo è più difficile, dato che la mente colma i buchi, sistema le imprecisioni, legge ciò che intendeva scrivere e non ciò che ha scritto davvero.

Ecco perché l’editing è lo strumento migliore per scovare e correggere la “scrittura da insicuri” e gli altri difetti di un romanzo. Credere di potersi correggere da soli, o magari con l’uso di ChatGpt o altre intelligenze artificiali è pura presunzione e mancanza di obiettività.

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