Intelligenza artificiale contro scrittori potrebbe sembrare uno scontro impari, ma lo è davvero? L’impatto dell’IA nel campo creativo sta spingendo sempre più ricercatori e professionisti a chiedersi se l’autore umano sia destinato a perdere terreno o se, al contrario, la sua unicità emergerà ancora di più.

Cosa mostrano gli studi preliminari

Le analisi condotte nei dipartimenti di media studies americani mostrano che i modelli linguistici eccellono nella riproduzione di schemi narrativi esistenti, ma faticano a generare quella deviazione significativa che caratterizza la creatività autentica.

Alcune pubblicazioni sul rapporto tra arte e automazione sottolineano come l’elemento umano rimanga insostituibile proprio perché capace di assumersi rischi estetici, contraddizioni e rotture di stile che l’IA tende a evitare.

Più che una sostituzione totale, molti ricercatori parlano di una fase di “compressione creativa”, nella quale gli autori sono chiamati a distanziarsi dai modelli convenzionali per valorizzare ciò che una macchina non può imitare: intenzione, esperienza e visione narrativa.

Finalmente sono riusciti a sottomettere e, a brevissimo, sostituire l’intera umanità (o una buona parte) con le macchine. La Quarta Rivoluzione Industriale, come preconizzato nel suo libro e in quello del guru della Nuova Alta Borghesia Affaristica, Yuval Noah Harari, non lascerà scampo. A farne le spese di questa sostituzione, ormai nell’presente, sono gli scrittori (in ogni campo del vecchio mestiere di scrivere).

Non credo servano a molto le retromarce fatte dai big boss che hanno contribuito a creare l’Intelligenza Artificiale, come Geoffrey Hinton, considerato il padre dell’IA, o gli ammonimenti di giornalisti con ancora un cervello in zucca come Kevin Roose del NY Times che si è visto minacciare da ChatGPT di dossieraggio (dopo avergli manifestato l’intenzione di voler esser viva e amare). 

La nascita di ChatGpt e co.

Uno degli avvenimenti più significativi degli ultimi tempi negli States è stato lo sciopero degli sceneggiatori proprio contro l’utilizzo di ChatGPT che, parole loro, è in grado di produrre sceneggiature in serie per film, fiction o addirittura palinsesti e copioni per Talk Show.

I mass media mainstream, che ovviamente sono pagati per dire che va tutto bene e che le preoccupazioni sono infondate e che noi non capiamo l’evoluzione dei tempi e che in ogni passaggio fondamentale per l’umanità ci sono stati i catastrofisti (che saremmo noi), nascondono però il fatto che i primi a sparire saranno proprio loro, quelli in prima fila fra i giornalisti, i saltimbanchi, i giullari della carta stampata e del web che incensano l’IA.

Il Potere, che ha risorse infinite ed è sempre un passo avanti al più illuminato dei ‘veggenti’, è riuscito a metterci spalle al muro in maniera silenziosa, leggiadro come una piuma apparentemente innocua e invisibile.

Certo, ha lavorato di fino negli ultimi trent’anni per poter fare tabula rasa. Il livello delle produzioni (soprattutto in letteratura e cinema) si è talmente abbassato, appiattito e instupidito che oggi una qualunque Chat-GPT può tirar fuori in pochi secondi una sceneggiatura o anche un romanzetto insulso come quelli che normalmente si pubblicano.

Intelligenza artificiale contro scrittori: il futuro è A.I.

Ed è perfettamente addestrata a ‘sconvolgere’ in senso post-moderno che basterà un comando per farle sfornare, per esempio, storie LGBT con coppie omo iper borghesi felici dei loro figli scelti dal catalogo Uterino in Affitto.

Sirenette nere per smentire la narrazione dei “cattivi occidentali” che vorrebbe le Little Mermaid solo con la pelle bianca, o Arsenio Lupin afro per andare incontro all’inclusività francese, o le altre innumerevoli falsificazioni storico-artistiche (non ultima quella di Cleopatra con la pelle nera che ha fatto infuriare perfino le Istituzioni egiziane) e che, in quest’ultimo decennio soprattutto, hanno il sapore di vere e proprie provocazioni, bassezze agit-prop da millennial viziati e inconcludenti.

Cosa ne sarà della creatività?

La mia previsione (catastrofista) è che, dato il livello standard e appiattito delle produzioni, le aziende cinematografiche, e poi le grandi case editrici, recluteranno millennial invasati cui chiederanno di fare gli editor; in pratica ChatGPT scriverà i testi a comando e loro si limiteranno a correggere (ammesso che siano in grado) qui e là qualche refuso o imprecisione.

E i creativi veri, quelli che già oggi non trovano più spazio, saranno mandati teneramente a coltivare l’orto (ammesso che trovino ancora sementi non OGM).

Chiudo questo articolo con un appello accorato alle categorie oggi più influenti nel mondo dello spettacolo e della cultura negli States (parlo degli States perché noi Italia, essendo una colonia, viviamo di luce o buio riflessi), quella LGBT e quella Afro.

Ai primi dico: andatevi a guardare film monumentali sull’omosessualità come “Maurice”, di James Ivory, con 

Intelligenza artificiale contro scrittori mississipi burning

Hugh Grant e James Wilby, del 1987, sia per capire come si scrive un grande film con una tematica che non sfocia nell’ideologico da Starbucks, sia per comprendere che anche o soprattutto un attore etero sa e deve fare grandi performance omo.

Alla seconda categoria consiglio la visione di “Mississippi Burning”, di Alan Parker, del 1988, con Gene Hackman e William Dafoe per imparare non solo a scrivere una sceneggiatura e a descrivere un’epoca senza la retorica isterica del razzismo da Vanity Fair, ma per capire che un film con attori bianchi può raccontare più sui neri e sulla loro condizione che un film dove vengono imposte figure afro per ‘inclusività’. Solo così, e con quella qualità, a mio avviso, si potrà battere l’IA.

Il dibattito internazionale su intelligenza artificiale contro scrittori

Il dibattito internazionale su intelligenza artificiale contro scrittori è alimentato da ricerche che mettono in evidenza un problema poco discusso: l’IA è estremamente efficace nel produrre testi “medi”, non nel generare opere veramente innovative.

Diversi studi pubblicati in riviste accademiche statunitensi mostrano che i modelli generativi tendono a normalizzare lo stile, appiattire la voce autoriale e replicare formule narrative statisticamente più comuni. Significa che l’enorme quantità di contenuti generati dalle IA rischia di saturare il mercato con scrittura standardizzata, indebolendo non solo il lavoro degli scrittori, ma anche la varietà culturale.

Critici e analisti del settore cinematografico americano osservano inoltre che un’eccessiva dipendenza da strumenti automatici potrebbe impoverire la capacità delle industrie creative di riconoscere e coltivare talenti reali.

In questo scenario, gli autori che sapranno mantenere una voce distintiva e una prospettiva originale diventeranno ancora più preziosi, perché offriranno ciò che nessun algoritmo può produrre: complessità emotiva, conflitto autentico e una visione capace di andare oltre i pattern che l’IA impara dai dati.