Perché i lettori evitano il self publishing?
Il self publishing resta una via legittima e, in molti casi, persino più adatta alla natura di certi progetti narrativi. Consente:
- libertà,
- velocità decisionale
- e controllo totale sull’opera.
Eppure una fetta consistente di lettori continua a diffidarne, non per principio astratto ma per esperienza concreta. Infatti, una parte dei romanzi auto pubblicati finisce per confermare, pagina dopo pagina, quel luogo comune sgradevole che descrive il self come un territorio senza standard.
Il punto, dunque, non è chiedere indulgenza al lettore, né lamentarsi di pregiudizi, bensì capire quali errori ripetuti producano quel rifiuto. Soltanto la consapevolezza permette di alzare il livello e costruire fiducia nel tempo.
1. Serie interrotte e promesse non mantenute
Il primo motivo è apparentemente innocuo, eppure scava una sfiducia che resta addosso per anni, dato che molti lettori evitano il self publishing dopo avere investito tempo ed entusiasmo in una serie rimasta a metà, sospesa senza chiusura, priva di un seguito annunciato e realmente pubblicato.
Una casa editrice tradizionale non garantisce finali e continuità, certo, però dispone di un sistema di scadenze, di pressioni interne, di editor che funzionano da interlocutori costanti. Mentre l’autore in self si trova solo davanti alla fatica lunga della serialità, e spesso sottovaluta la disciplina necessaria a consegnare un secondo volume.
La soluzione non passa dal giurare che il seguito arriverà, perché il lettore non compra promesse, bensì affidabilità. Serve:
- progettare saghe con paletti realistici,
- pianificare tempi di lavorazione sostenibili,
- evitare cliffhanger che ricattano,
- costruire finali parziali che diano senso anche a un singolo volume.
Solo così ogni libro offrirà un’esperienza compiuta e non un anticipo eterno.
2. Copertina sbagliata, pubblico sbagliato, condanna immediata
Il secondo motivo pesa molto più di quanto gli autori accettino, perché la copertina non è una decorazione, né un riassunto illustrato della trama, bensì un dispositivo di posizionamento che deve attirare il lettore giusto e respingere quello incompatibile.
Nel self publishing l’errore tipico consiste nel cercare la bellezza” , oppure nel voler raccontare la storia in modo letterale. Si finisce per produrre cover generiche, incoerenti col genere, confuse nella gerarchia visiva, simili a manifesti amatoriali. Un lettore che scorre uno negozio digitale decide in una frazione di secondo.
Una copertina funziona se comunica:
- genere,
- tono,
- promessa emotiva
- e livello professionale.
Se sbaglia uno di questi punti, anche un romanzo valido resta invisibile, oppure viene cliccato dal pubblico errato, con recensioni stonate che aggravano il danno.
3. Mancanza di editing, il peccato originale del self
Il terzo motivo è il più citato e, quasi sempre, il più fondato. L’assenza di editing professionale produce un testo pieno di:
- refusi,
- ripetizioni,
- concordanze traballanti,
- scarti di stesure precedenti rimasti incastrati nella bozza
- e problemi strutturali che l’autore non vede più, perché conosce la storia e dunque colma da sé i vuoti, mentre il lettore inciampa.
Beta reader e amici possono aiutare, però non sostituiscono un editor esperto. Un professionista non legge soltanto per piacere, ma per individuare difetti di ritmo, di coerenza, di focalizzazione, di credibilità, e li risolve con metodo.
Self publishing non significa “carico il file e fine”, ma prendersi in carico l’intera filiera editoriale. Chi evita di investire per il proprio romanzo sta consegnando al pubblico un prodotto fragile.
4. Pubblicare non basta, il mercato non premia l’esistenza
Il quarto motivo nasce dalla convinzione che mettere un libro online equivalga a renderlo letto. Il mercato, soprattutto sugli store, è una folla compatta di titoli, e un romanzo non viene scelto perché esiste, ma perché viene viene trovato.
Chi crede che la pubblicazione sia il traguardo scopre, con amarezza, che è l’inizio. Senza una strategia minima di visibilità e presentazione il romanzo resta polvere digitale, anche se scritto bene.
Qui si parla di professionalità di base:
- metadati puliti,
- categorie corrette,
- descrizione che non sembri un tema scolastico,
- estratto curato,
- prezzo coerente con il posizionamento,
- continuità di pubblicazione,
- presenza sobria ma costante.
Il lettore premia l’affidabilità.
5. Cura tecnica del prodotto, formattazione e pagina che non tradisce
Il quinto motivo è meno spettacolare, però agisce in modo spietato, perché riguarda la leggibilità materiale del libro. Un ebook impaginato male crea una sensazione immediata di dilettantismo e dimostra che l’autore non ha rispettato l’esperienza di lettura. Anche in cartaceo il problema esplode, con margini sbagliati, righe troppo fitte, carta e stampa scelte senza criterio.
Un lettore può perdonare una scena meno riuscita, difficilmente perdona una pagina che lo costringe a lottare contro l’oggetto libro. La cura tecnica è parte della fiducia, perché comunica che chi ha pubblicato si è assunto la responsabilità del risultato.
Conclusione, il pregiudizio si smonta soltanto con standard alti
Chi si chiede perché i lettori evitano il self publishing spesso cerca una formula retorica per difendersi, mentre la risposta utile è concreta:
Dilettantismo spinto.
Se vuoi seguire la strada del self publishing devi partire dall’idea che ti scontri con i romanzi dell’editoria tradizionale. Non sono per forza più belli, ma spesso sono garanzia di attenzione verso il lettore.
