Gli errori più diffusi nei romanzi sono anche quelli che, di solito, fanno sì che un testo venga subito bocciato dalle case editrici e dalle agenzie letterarie. Non commetterli è un punto di partenza essenziale per aumentare le proprie chance di pubblicazione.

Sono cinque abitudini che tradiscono un autore esordiente, ma spesso anche scrittori esperti, facili da risolvere nel momento in cui se ne ha la consapevolezza.

Chi comincia a scrivere narrativa accumula col tempo una serie di tic linguistici che spesso non nota nemmeno, perché nessuno glieli ha mai fatti notare. Non si tratta di errori gravi, ma di abitudini che, sommate tra loro, danno al testo quell’aria dilettantesca che allontana lettori ed editori. Gli errori più diffusi nei romanzi di chi è alle prime armi si ripetono con una regolarità sorprendente.

La d eufonica messa a caso

Pochi dettagli tradiscono un testo poco curato quanto l’uso scorretto della d eufonica. La regola è semplice, va inserita solo quando la parola seguente inizia con la stessa vocale di quella precedente. Si scrive correttamente “ed ecco” e “fino ad allora”, perché in entrambi i casi le due vocali coincidono.

Il problema nasce quando questa regola viene applicata in modo automatico, quasi per abitudine sonora, senza controllare davvero se le vocali combaciano. Forme come “ed anche” o “ad eliminare” sono scorrette, perché la e di “ed” non trova corrispondenza nella a di “anche”, così come la a di “ad” non corrisponde alla e di “eliminare”. È un errore piccolo, quasi invisibile a una prima lettura distratta, ma un editor lo nota sempre, e la sua ripetizione lungo tutto il manoscritto comunica una scarsa attenzione alla lingua.

I gerundi usati senza pensarci

Il gerundio è uno strumento prezioso quando usato con precisione, ma diventa un problema quando la sua funzione temporale viene ignorata. Il gerundio presente indica un’azione simultanea a quella della proposizione principale, mentre il gerundio passato indica un’azione che è già avvenuta prima.

L’errore più comune nasce proprio dalla confusione tra queste due funzioni. Una frase come “Laura rispose al cellulare domandando chi fosse” implica che Laura stia chiedendo chi è il suo interlocutore nello stesso momento in cui risponde alla chiamata, il che è temporalmente impossibile. Prima si risponde al telefono, e solo dopo si può chiedere chi sta parlando. Il gerundio usato male crea questo genere di cortocircuiti logici che il lettore percepisce come innaturali anche senza saperli definire con precisione grammaticale.

L’eccesso di avverbi e aggettivi

Molti autori crescono con l’idea che una scrittura ricca debba necessariamente essere una scrittura piena di qualificazioni, un aggettivo per ogni sostantivo, un avverbio per ogni verbo. È un’eredità delle elementari che raramente viene messa in discussione in età adulta, ma che in narrativa produce l’effetto opposto a quello sperato.

La scrittura efficace non si costruisce accumulando modificatori, si costruisce scegliendo con cura le parole giuste e lasciando che siano loro a portare il peso della frase. Un verbo preciso vale più di un verbo generico accompagnato da tre avverbi che tentano di specificarlo. Riempire ogni frase di qualificazioni dà al testo un peso che rallenta la lettura invece di arricchirla.

I dialog tag inutili

Quando un autore ha lavorato bene sulla caratterizzazione dei personaggi, dando a ciascuno una voce riconoscibile nel modo di parlare, il tag che specifica chi sta parlando diventa spesso superfluo. Se il lettore riconosce già dal tono e dal lessico chi sta pronunciando una battuta, scrivere “disse” dopo ogni riga di dialogo appesantisce il testo senza aggiungere informazioni utili.

Il dialog tag resta necessario in due situazioni precise, quando il lettore rischierebbe davvero di confondersi su chi sta parlando, oppure quando serve a specificare il modo in cui una battuta viene pronunciata, un sussurro, un grido, un tono che cambia il significato della frase. Usato fuori da questi due casi, il tag diventa un automatismo che tradisce la mancanza di fiducia dell’autore nella propria caratterizzazione.

Le parole sesquipedali fuori posto

Esiste poi la tentazione di infilare nel testo parole lunghe e ricercate, quelle che in gergo editoriale vengono chiamate sesquipedali, con l’intento di dimostrare una padronanza culturale. Non è un problema legato alla parola in sé, i termini ricercati hanno la loro funzione e la loro bellezza quando usati al momento giusto.

Il problema sorge quando questa scelta lessicale nasce dalla volontà di colpire il lettore più che di servire la storia. L’autore vuole mostrare una cultura che spesso si rivela solo nozionismo superficiale. Una parola rara inserita per stupire, senza che il contesto la richieda davvero, interrompe il flusso della lettura.

Gli errori più diffusi nei romanzi, sono davvero errori così gravi?

Vale la pena fare una precisazione importante. Nessuno di questi cinque punti, preso singolarmente, compromette un romanzo. La maggior parte degli autori ne commette sistematicamente uno o due, e questo non impedisce affatto a un testo di funzionare.

Il rischio vero nasce dalla somma. Quando questi automatismi si accumulano pagina dopo pagina, senza che nessuno li segnali, il risultato complessivo acquisisce un’aria dilettantesca difficile da scrollarsi di dosso. Ciò accade anche quando la storia alla base è solida e ben costruita.

Ecco perché il passaggio attraverso un buon editing resta uno degli investimenti più utili per chi scrive. Non tanto per riscrivere la storia, quanto per individuare quegli automatismi che l’autore, immerso nel proprio testo, non riesce a vedere.