Manoscritto troppo lungo, il mito delle pagine necessarie

C’è una frase che gira da anni: un manoscritto non è mai troppo lungo, se è un libro “necessario” l’eccesso verrà tagliato e si pubblicherà lo stesso.

Suona bene, ha un’aura morale e profuma di letteratura, eppure scivola verso una distorsione, dato che sposta l’attenzione dal punto concreto, cioè dalla relazione fra testo e destinatario, alla fantasia di un valore universale capace di imporsi da sé, quasi che bastasse l’intensità con cui l’autore crede nel proprio materiale.

Qui si parla a chi intende la scrittura come comunicazione e non come rifugio, a chi non scrive soltanto per il piacere privato di riempire pagine, legittimo e rispettabile, bensì con l’intenzione di rivolgersi a un lettore che ancora non esiste nel proprio orizzonte quotidiano. Un lettore neutrale e, per questo, decisivo. Il testo, in questa prospettiva, non è un diario, ma un ponte che crolla se viene costruito ignorando la riva opposta.

Il comfort dell’idea universale e la fragilità dei suoi sottintesi

La famosa distinzione fra “fuffa” e “pagine preziosissime” poggia sulla convinzione che il proprio romanzo meriti una possibilità. Spesso non è così. In alcuni casi una riduzione del manoscritto è possibile grazie all’editing e al lavoro dell’autore in questa ottica. Alcuni testi sono gonfi di ripetizioni, digressioni e scene che non spostano nulla, e chi legge lo capisce. Il più delle volte il confine non è una linea tracciata col righello, perché dipende da ciò che il libro vuole fare e da chi dovrebbe riceverlo.

Una pagina che per un lettore è aria fritta, per un altro può essere la parte più nutritiva, e non per superiorità o inferiorità, ma per aspettative, sensibilità, esigenze o memoria culturale differenti. La categoria del “necessario all’umanità” regge soltanto se si accetta una definizione di umanità ristretta e omogenea, simile a quella di epoche in cui i lettori erano pochi, simili fra loro, cresciuti in contesti educativi comparabili.

Oggi il pubblico è vasto, frastagliato, pieno di nicchie, e la stessa opera può accendere un incendio in una mente e lasciare gelo in un’altra.

I lettori di Serie B e il peso del relativismo

Chi vive di libri conosce un’esperienza poco raccontata, quasi indecente, eppure istruttiva: leggere recensioni feroci rivolte a testi considerati intoccabili, non per provocazione, ma per sincera incompatibilità.

Non è un dettaglio marginale, è un colpo alla tentazione di sentirsi dalla parte giusta della storia, ed è anche la ragione per cui la retorica delle “pagine universali” produce solo illusioni. Un libro può cambiare una vita, e lo stesso romanzo può non dire nulla a un altro lettore.

Si può essere giudici, difendendo la propria gerarchia di valori e schiacciando chi non la condivide, oppure si può reggere l’urto di un fatto semplice: il valore, nella narrativa, si manifesta nella relazione fra chi scrive e chi riceve. 

Pubblicare è facile, restare in piedi è un’altra storia

La facilità con cui oggi si può pubblicare, in self publishing o tramite canali tradizionali, produce un paradosso: molti arrivano al primo libro, pochissimi al secondo. Il primo romanzo nasce nel vuoto, dentro una camera stagna di convinzioni personali, e può uscire senza che succeda nulla, acquistato da pochi, spesso persone vicine e senza passaparola. L’urto emotivo costringe a rinegoziare l’immagine che si aveva di sé e del proprio testo.

Ecco che si misura la differenza fra scrivere per esprimersi e scrivere per comunicare. Il primo approccio protegge, mentre il secondo espone al rischio. Quest’ultimo, però, è l’unico che permette di crescere, dato che obbliga a domandarsi:

  • a chi si stia parlando,
  • con quale linguaggio,
  • quale promessa,
  • con quale tono,
  • e quali siano gli elementi di attrazione e di selezione.

Un conto è scrivere per sé stessi, tutta un’altra storia è farlo per un pubblico.

Un manoscritto troppo lungo e la risposta del mercato editoriale

“Manoscritto troppo lungo” viene spesso usato come formula di comodo, soprattutto nei contesti in cui un professionista deve liquidare un romanzo senza aprire un confronto lungo e doloroso. Questo accade, ed è ingenuo negarlo. Tuttavia esiste anche un’altra verità, meno rassicurante: la lunghezza, in editoria, non è solo una misura, è un costo e un rischio.

Una riduzione seria richiede ore di lavoro, competenze, riscrittura e una fase di ripulitura successiva. Nessuno di questi passaggi garantisce un risultato eccellente. Un taglio massivo può generare un romanzo mutilo, pieno di salti e gradoni, e costringe a ulteriori interventi.

Questo tipo di investimento, nella maggior parte dei casi, non viene fatto su un esordiente, non per cattiveria, ma per sostenibilità. In molti contesti reali la selezione funziona in modo brutale: poche pagine lette, un’impressione immediata e una decisione rapida.

Lo snodo decisivo: scrivere per il pubblico 

Da una parte c’è “scrivo per esprimermi”, dall’altra “scrivo per comunicare”. Nel primo caso la lunghezza tende a diventare un diritto, nel secondo una scelta mirata. Un testo pensato per un pubblico specifico non ha bisogno di essere universale, ma di essere targettizzato, riducendo automaticamente il superfluo.

Chi vuole fare strada non deve inseguire l’idea delle pagine necessarie all’umanità. Deve costruire un libro necessario per qualcuno, in un senso concreto, e questo tipo di romanzo nasce da un patto chiaro fra promessa e contenuto, fra voce e destinatario, fra intensità e controllo della scrittura.

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