Scrivere è un mestiere, se poi si ha talento diventa un’arte. Ma com’è possibile che esistano accademie di vario genere, ma si pensa che non si possa insegnare l’arte di scrivere (che si tratti di romanzi o sceneggiature poco importa)?

La risposta è molto complessa e spesso discordante, tanto che mi viene da parafrasare Aristotele nell’Etica, in cui si domandava su quale fosse il modo giusto – per una persona – di condurre la propria esistenza.

L’essere umano ha provato a dare una risposta al quesito aristotelico utilizzando 4 strumenti:

  1. Religione
  2. Filosofia.
  3. Scienza.
  4. Arte.

La religione, specialmente nell’ultimo secolo, ha subito molti scossoni importanti che l’hanno letteralmente “traumatizzata” generando dubbi e paure in chi le seguiva. Non sta  a me giudicarle, figuriamoci, la bellezza della fede è incredibile, un dono che pochi hanno. 

La religione è decaduta, ad esempio il numero di sacerdoti e suore è diminuito a dismisura e i dubbi ormai aggrediscono musulmani, ebrei, cristiani poiché le basi su cui le loro ideologie erano fondate, sono in difficoltà, in contrasto con il presente.

E chi, di fronte a un dubbio morale, si rifà ai grandi filosofi del passato? Ormai la filosofia non è più l’arte del pensare, è invece diventata una sorta di “insulto” come se il pensiero complesso sia qualcosa da sfuggire.

In tanti si rifugiano nella scienza, che offre risposte sul come e il cosa, ma che in fondo non dà all’uomo una linea guida morale, non aiuta l’uomo a condurre un’esistenza proba.

L’arte come ultimo salvagente per l’anima

Ai nostri giorni solo l’arte ci offre delle risposte – e forse lo ha sempre fatto – ma soprattutto attraverso uno strumento antico eppure moderno: le storie.

Scrivere una storia è un'arteBasti pensare a quante storie vengono letteralmente divorate per saziare il bisogno di valori, ideali e sogni che sembrano scomparsi. La narrativa è diventata una fonte unica e necessaria di ispirazione, da essa desumiamo le risposte a quesiti fondamentali, come a quello di Aristotele.

C’è la tendenza a vedere la narrativa (non solo letteraria ma anche cinematografica), come una banale e commerciale forma di intrattenimento, qualcosa di poco valore se paragonata alla “vera arte”.

Cos’è davvero l’intrattenimento? Ha un’accezione così negativa oppure il suo reale scopo è più alto e profondo?

Immergersi nella cerimonia della storia

Per me intrattenere una persona, attraverso un mio racconto, è un onore e un dono reciproco: io racconto, l’altro ha il rispetto di ascoltarmi e mi dona il suo tempo.

Essere intrattenuti è un’antica cerimonia spirituale, ci fa perdere e immergere in una storia – reale o di fantasia – che ha lo scopo di soddisfare un nostro bisogno emotivo.

L’impressione personale, ma anche di molti addetti ai lavori, è che la narrativa sia in declino e a storie fatte di contenuti e sostanza stiano prendendo il posto, invece, racconti deboli in cui la menzogna prende il posto della verità.

Si costruiscono storie banali, scontate, prive di potenza dove l’esasperazione – stilistica e dei contenuti – si focalizza solo sull’eccesso. Basti pensare ad alcuni acclamati Thriller in cui l’omicidio e l’efferatezza sono la base, il denominatore comune di storie che non trasmettono nulla.

Gli autori farciscono le pagine di dettagli raccapriccianti – che di per sé non sarebbero per forza sbagliati – ma che in quei contesti sono inutili.

Proprio in questi noir la maggior parte delle vittime sono bambini o adolescenti, facendo leva su paure e perversioni da discount quando, invece, si potrebbe sprofondare nell’anima nera dell’uomo e perdersi.

Le Case editrici sono stracolme di testi inutili

Prima di conoscere il mondo dell’editoria avevo una visione molto negativa dei “poveri” editori. Li consideravo dei burocrati incapaci di vedere il bello, spinti solo dal bisogno materiale del guadagno.

E lo sono. Ma non solo. Una buona Casa Editrice è subissata da migliaia e miglia di testi, ogni singolo giorno ne arrivano a decine nelle redazioni. Quanti sono pronti e ben scritti? Quanti editati e lavorati a dovere?

La percentuale dei romanzi che superano la prima selezione è inferiore al 5%, non per colpa degli editor, ma dei testi che peccano di due elementi imprescindibili per un romanzo:

  • Una buona storia.
  • Una discreta capacità di scrivere.

Sembra semplice, se non fosse che il mestiere di scrivere non esiste quasi più.

Ormai è fagocitato da un appiattimento culturale che lascia credere, a chiunque, di poter scrivere un buon romanzo solo perché al liceo prendeva 8 ai temi, e legge più libri della media italiana (che è la più bassa d’Europa).

Il Mestiere di scrivere sta scomparendo

Nel sistema del “talent” e degli “influencer” sembra quasi che basti dare fiato per essere ascoltati, che il parere di chi non conosce abbia più valore di chi, invece, ha studiato.

Ciò che non si vuole capire – per quanto ovvio – è che scrivere è un mestiere. Se ad esempio una persona volesse diventare pittore professionista (nel senso che desidera vivere vendendo i propri lavori), cosa dovrebbe fare?

Tutti diranno: deve andare in accademia e seguire corsi. Perché l’arte è solo la conseguenza della tecnica che ogni artista è tenuto a conoscere.

Leggere tanti romanzi permette di acquisire competenze banali, poco profonde che vengono percepite dai più come la base della scrittura, come il vero e proprio mestiere.

In realtà si sa solo come “tenere in mano il pennello”, inizia a comporre una storia con elementi copiati e assimilati tramite una forma di osmosi da testi di altri autori convinto che quello sia talento, istinto.

Così, lo scrittore fatto-in-casa, non farà altro che replicare e imitare nei suoi lavori il prototipo di testo che lui stesso ha contribuito a costruire solo leggendo, e non studiando e imparando!

Gli americani sono avanti, almeno in letteratura

Negli Stati Uniti la scrittura è una cosa seria. Non come in Europa – e soprattutto in Italia – dove chiunque scrive e invia testi inutili convinto di essere uno scrittore (incompreso).

Scrivere è un mestiere per gli americani, tanto che dal XX secolo moltissime università compresero che, se si potevano insegnare altre forme artistiche, lo si poteva fare anche con la scrittura.

Nacquero corsi di studio importanti, strutturati, partendo da testi di studiosi come Kenneth Thorpe Rowe o John Howard Lawson che si basava su precisi capisaldi:

  • la spina dorsale della storia,
  • i desideri dei protagonisti,
  • l’antagonismo,
  • il climax,
  • le svolte

La storia, quindi, veniva studiata e costruita a tavolino osservandola dall’interno. E in quegli anni abbiamo la nascita di tantissimi autori statunitensi che, grazie al metodo, sono stati in grado di valorizzare il loro talento.

Senza le università e i corsi di scrittura, probabilmente, non sarebbero stati in grado di elaborare opere importanti.

…e nel resto del Mondo, l’arte di scrivere?

Studiando il testo Story, di McKee, si evince come ormai negli ultimi anni anche il sistema statunitense, che tanto aveva dato alla letteratura mondiale, si sia sfaldato.

Le nuove mode sulle varie teorie letterarie hanno affascinato molti professori, hanno spostato il focus dall’interno della storia iniziando a seguire regole e codici che, al contrario, si focalizzavano sulla storia vista dall’esterno.

Ciò comporta la creazione di testi, romanzi o anche sceneggiature che mostrassero storie piatte in cui mancano proprio gli elementi cardine, le emozioni e i grandi valori che avevano contraddistinto la grande letteratura americana del dopoguerra. 

In Europa la maggior parte degli accademici sono convinti che non si possa insegnare a scrivere, di conseguenza – nelle Università – i corsi di scrittura hanno sempre avuto uno spazio marginale.

Come si racconta una buona storia

Il punto è tutto qui: creare una storia. Sembra banale eppure la maggior parte degli autori profondono la maggior parte delle loro energie, e competenze, in orpelli letterari, perfezionismi tecnici senza focalizzarsi sulla STORIA stessa.

Anche se molti potrebbero non crederlo, un romanzo che propone una buona storia, originale e con una scrittura appena sufficiente, avrà spazio nel mercato editoriale.

Un testo formattato alla perfezione, con ogni virgola e punto messi nel modo migliore e con vocaboli scelti con infinita maestria, ma che non racconta una storia bella, difficilmente attirerà un editore.

Ecco i due elementi cardine:

  1. storia.
  2. tecnica.

La prima è più importante perché l’italiano è correggibile, esistono editor e correttori di bozze appositamente per rendere un testo più elegante e leggibile. Ma se la storia è povera, poco empatica, nessuno potrà renderla buona.

Non vuole essere un elogio alla mediocrità stilistica, all’italiano raffazzonato fatto di errori a pioggia e congiuntivi creativi, si devono conoscere gli strumenti del mestiere perché sono necessari per esprimere al meglio il proprio pensiero. Ma serve un pensiero, che si esplicita attraverso la STORIA.

Cosa serve

Se non conosci l’animo umano, non puoi scrivere romanzi. E per farlo si possono scegliere vari strumenti, su tutti il contatto diretto con le altre persone con la giusta apertura mentale. 

Empatia. una parola meravigliosa che in sé racchiude il 50% dell’arte di uno scrittore. Saper sentire, o almeno immedesimarsi, nei propri personaggi è un atto d’amore nei loro confronti e nei confronti dei lettori.

Fermarsi all’apparenza, alla menzogna, è la morte di un testo. Esso va sviscerato, aperto e ribaltato dall’interno per arrivare al cuore pulsante, fermarsi all’apparenza, al banale, non coinvolge il lettore.

Quando scriviamo un romanzo, dobbiamo immergerci nell’ambientazione, progettare la forma della storia, conoscere la società, il cuore dell’uomo e contestualizzarlo.

Amore per una storia

Quando una storia è buona? La risposta è semplice: quando vale la pena narrarla e ascoltarla. Il punto di partenza è il talento, la capacità di intuirne i contorni, di sapere e sentire che sotto una marea di parole, idee e congetture si annida una meravigliosa storia.

Un autore ha la capacità di combinare vari elementi narrativi in qualcosa di nuovo, originale, che trasmetta emozioni e soddisfi il bisogno di essere intrattenuti. 

Gli strumenti per scrivere una storia

Servono:

  • Amore per l’umanità, che si esplicita con l’empatia. Un autore deve avere la dote innata di immedesimarsi e vedere il mondo con gli occhi dei personaggi. Deve fare un lavoro di “eliminazione del Sé”. 
  • Amore per il sogno, senza di esso si scriverebbero solo testi privi di fantasia, di aspettative e speranze che sono il motore principale dell’esistenza umana.
  • Amore per la lingua scritta e parlata, ma non fine a se stessa ma per riuscire a dire qualcosa, esporre un punto di vista o un’idea nel modo più efficace possibile.
  • Non si può non amare il bello e l’arte. Saper scrivere bene è importante (per quanto, come detto prima, secondario rispetto all’importanza che riveste una buona storia).
  • Amore per il sogno, lasciare andare la fantasia e perdersi senza aver paura di ciò che si può scoprire, soprattutto della propria personalità.
  • Amore per la perfezione, non tanto stilistica quanto la volontà ferrea di costruire una storia che si avvicini il più possibile alla perfezione, alla propria visione.
  • Amare la solitudine. Scrivere è stare tanto tempo da soli, per farlo ci si deve anche voler bene perché noi saremmo la nostra unica compagnia – insieme ai personaggi del romanzo.

Alcuni potrebbero credere che sia sufficiente avere una buona storia, che basti scriverla senza conoscere la tecnica per essere pubblicati: errore.

Con questo articolo voglio mostrare, facendo appello anche ai testi di eminenti studiosi, quanto scrivere una buona storia sia un processo complesso che necessita di un grande numero di elementi.

Non voglio dire che non serva conoscere l’italiano, o che sia poco importante, ma solo che nell’autonomia di un romanzo (o anche una sceneggiatura), la tecnica pura è utile per valorizzare la storia, NON è la storia!

Fonti:

  • Theory and Technique of Playwrighting, Putnam, 1936; enlarged edition published as Theory and Technique of Playwriting and Screenwriting,Putnam, 1949.

  • A Theater in Your Head: Analyzing the Play and Visualizing Its Production.

  • Story, Robert McKee


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