Avverbio, inequivocabilmente odiato

Avverbio, inequivocabilmente odiato

Dicembre 12, 2019 0 di Giuliano Scavuzzo

L’avverbio è cugino del refuso (il killer silenzioso), che invece all’interno di un testo rischia di fare un gran baccano.

Prima di addentrarci sulla sua validità o meno, credo sia opportuno avere una lista di quali sono, un po’ di ripasso della grammatica di base.

Sono divisi in avverbi di:

  • luogo: qui, qua, costì, colà, vicino, lassù, laggiù, lontano, dovunque, altrove, ecc.;
  • tempo: ora, adesso, ancora, ieri, oggi, domani, talora, prima, poi, presto, spesso, subito, sovente, tardi, sempre, mai;
  • di quantità: poco, molto, meno, troppo, più, tanto, assai, niente, nulla;
  • di modalità, quelli che indicano un’affermazione, una negazione, un dubbio e un giudizio: sì, certo, sicuro, no, non, neanche, neppure, nemmeno, forse, probabilmente, quasi;
  • modo o maniera: bene, male, meglio, peggio, volentieri, magnificamente, amaramente, bocconi, ciondoloni, ecc.

Sono divisi in base anche al modo con cui si formano in 3 categorie:

  1. Avverbi primitivi: bene, male, forse, pure, sempre; ieri, oggi, poi, tardi, mai, spesso, meglio, peggio, magari, volentieri, molto, tanto, poco, meno, presto, subito.
  2. Composti; almeno (da al-meno), persino (per-sino), intanto (in-tanto), infatti (in-fatti), dappertutto (da-per-tutto),  inoltre (in-oltre), 
  3. Avverbi derivati: onesta-mente, lenta-mente, rapida-mente, carp-oni, tast-oni.

Sono solo alcuni esempi dei principali, si possono avere anche avverbi nella forma comparativa (meglio, peggio), o anche superlativa (ottimamente, molto male).

Come li usiamo, adesso?

L’ostracismo feroce dell’avverbio nasce all’inizio del secolo scorso, quando la letteratura americana si sviluppò portando alla ribalta nuovi autori e stili.

Infatti la lingua inglese, più semplice e immediata, predilige una scrittura diretta (in linea di massima), forse anche dovuta al pragmatismo dei popoli anglosassoni.

Basti pensare a due miti della letteratura come Mark Twain che arrivava a incoraggiare l’assassinio di ogni singolo avverbio! 

E in tempi moderni anche Stephen King, in molte interviste, ha dichiarato guerra all’avverbio.

In linea di principio sono consigli che tutti dovremmo ascoltare, e seguire! Di solito in un manoscritto, un buon editor, prima di ogni altra cosa “taglia”, alleggerisce il testo per renderlo più intenso e diretto possibile.

Potremmo fare un banale esempio: se vuoi partecipare a una gara di corsa amatoriale, dovrai prima perdere qualche chilo. Così andrai in palestra e farai una dieta.

Una volta al tuo peso forma potrai iniziare a correre, allenandoti proprio per la gara. Editare un testo è la stessa cosa: prima si elimina il superfluo, poi si rende il tutto più potente.

E gli avverbi? Sono le maniglie dell’amore.

ESEMPIO: Giulia aprì lentamente la portiera dalla macchina, si guardò intorno attentamente per vedere se il suo informatore fosse arrivato. Infine scese dalla vettura mentre la tormenta le sferzava il viso violentemente.

Si tratta di una immagine banale, lenta ma in fin dei conti abbastanza corretta. Però scrivere un romanzo o un racconto, non è fare il compitino: si devono trasmettere emozioni.

Attraverso Giulia dovremmo poter sentire la tensione, la paura e l’impazienza. Ma anche il freddo. Invece ci sentiamo al di fuori della scena, come fossimo degli ospiti.

Uno dei fattori che determina questa distanza, è l’uso eccessivo degli avverbi.

Se volessimo migliorare il testo, senza troppa fatica, potremmo provare a eliminare tutti gli avverbi, avremmo quindi:

ESEMPIO: Giulia aprì lentamente la portiera dalla macchina, si guardò intorno attentamente per vedere se il suo informatore fosse arrivato. Infine Scese dalla vettura mentre la tormenta le sferzava il viso violentemente.

Scorre meglio, non c’è dubbio. Eppure quel “infine” è un avverbio che serve, offre al lettore una chiave necessaria per il proseguimento della scena.

Giulia, prima è titubante perché apre la porta e si guarda intorno (se un personaggio agisce così non hai bisogno di rimarcarlo con gli avverbi). Poi viene specificato il motivo per cui sta scendendo dalla vettura  – l’informatore – che indica qualcosa di “losco” o “poliziesco” e che la attende.

L’avverbio “infine“, conclude la scena e Giulia prende una decisione senza tornare sui suoi passi. Anche l’avverbio “violentemente” è inutile, perché abbiamo già usato due termini che, in loro, esprimo già violenza: tormenta, sferzava.

Avverbio sì, avverbio no, avverbio…

Cosa si deve fare con questi pericolosi avverbi? In linea di massima, se ancora non si è degli esperti scrittori, il mio consiglio è di eliminarli tutti.

Non significa che all’interno di un romanzo non ce ne vada alcuno, quelli con il suffisso -mente sono, senza ombra di dubbio, i peggiori.

Stonano. C’è poco da fare, per cui basta utilizzare la funziona “trova” di Word e digitare -mente. E poi andare a valutarli uno per uno, di solito cancellandoli! Ti renderai conto, la prima volta, che sono molti di più di quanti immaginassi.

Per gli altri dovrai imparare a valutarli di volta in volta, un segreto – per quanto banale – di rileggere la frase senza di essi per vedere se esprime lo stesso significato ed emozioni. 

Capita che la maggior parte degli avverbi siano ridondanti:

Esempio: sbattere violentemente i pungi sul tavolo

L’avverbio è inutile. Se qualcuno sbatte i pugni, è chiaro che lo fa con estrema violenza.

I vocaboli utilizzati, in italiano soprattutto, hanno una tale meravigliosa specificità che spesso ce ne dimentichiamo. Tanto che molti verbi, o termini, hanno in sé molte sfaccettature. Quando costruisci una frase, e c’è un avverbio di mezzo, prova a fare una ricerca dei sinonimi, potresti trovare termini che già esprimono tanti elementi.

E poi ogni avverbio rallenta la lettura, la rende pesante e stucchevole, senza offrire nulla al lettore, sembra quasi che l’autore stia rimarcando qualcosa perché non è stato in grado di mostrarla: show, don’t tell.