5 consigli per caratterizzare un personaggio

5 consigli per caratterizzare un personaggio

Dicembre 5, 2018 0 di Giuliano Scavuzzo

Caratterizzare un personaggio è davvero difficile. Lo so sembra una frase banale ma leggo molti manoscritti in cui, magari lo stesso protagonista, è piatto e monotono. 

Si ha l’idea che basti poco per renderli unici, particolari e soprattutto autentici quando invece si creano solo dei cliché ambulanti che anziché dare qualcosa al romanzo, lo rendono di una noia mortale.

Alcuni autori amano descrivere minuziosamente il personaggio, soprattutto dal punto di vista fisico, facendo descrizioni lunghe e ben articolate. Altri danno solo qualche pennellata, una nota di colore o una caratteristica personale molto particolare (una cicatrice, il colore  dei capelli o altro).

1. Quale dei due metodi è migliore per caratterizzare un personaggio?

Descrivere tutto o poco?

La scrittura ha delle regole, vero. Eppure ci sono delle zone d’ombra che permettono all’autore di avere un grosso margine di manovra: caratterizzare un personaggio è tra questi.

Ad esempio Tolkien ti mostra con lucidità e chiarezza i tratti fisici, crea un mondo coerente e per farlo ha bisogno che gli attori siano descritti e quindi coerenti con l’ambiente in cui si muovono. Ma è una sua scelta. 

Un romanzo Cyberpunk richiama alla mente determinati soggetti, uomini e donne in abiti scuri, con pettinature esotiche e colorate, borchie e metallo in vista, congegni cibernetici che adornano i loro corpi come gioielli di Bulgari.

William Gibson, maestro del genere, li tratteggia in modo preciso, descrive cosa indossano (inventandosi anche il nome di alcuni particolari modelli) per rendere l’ambientazione più vera.

2. La descrizione è funzione del personaggio

Invece una storia d’amore potrebbe lasciare più spazio all’immaginazione (al contrario di una erotica in cui la descrizione fisica è quasi imprescindibile), dico potrebbe! Spesso è più valido sfumare il personaggio, dargli pochi tratti fisici caratteristici, che già da soli dovrebbero suscitare qualche fantasia nel lettore.

La descrizione ha la funzione di introdurre il personaggio, aiutare il lettore, ma anche – questa secondo me è la vera discriminante – suscitare da subito delle emozioni. Non devono per forza essere giuste, è una sorta di prima impressione che magari nel proseguo del racconto è destinata a mutare.

Quante volte un personaggio sembra antipatico, scostante e poi invece si rivela tutt’altro (vedi alcuni romanzi d’amore), se questo è l’intento allora è opportuno descriverlo bene, in modo chiaro caratterizzandolo in “negativo”. Ma è solo l’aspetto fisico, ecco il trucco, se un giovane sembra cattivo, tu lo riterrai tale.

Ma se poi si dimostra altro, una persona sensibile e schiva, un dannato per colpa di qualche ingiustizia, la descrizione fatta magari all’inizio del libro prenderà vigore e irromperà nella mente del lettore. Ed ecco che avremmo creato il “bello e dannato”, ma con quella punta di sensibilità che non guasta mai.

3. Show dont tell: sempre!

Scrittori alle prime armi tendono a raccontare tutti ciò: Show, dont tell. Invece descrivendo il giusto, e poi facendolo agire lo si caratterizza molto di più. Se avessi scritto:

Il giovane era vestito con abiti scuri come i suoi capelli, alto e dalle spalle larghe sembrava sempre arrabbiato: tutti sapevano la sua storia. La ragazza di cui era innamorato, alcuni mesi prima del matrimonio si era gravemente ammalata portandola a una rapida morte. Da quel giorno lui vagava per le vie del college senza parlare con nessuno. Dall’esterno sarebbe potuto sembrare un delinquente.

Così ho raccontato chi era, se invece lo mostri attraverso gli occhi della protagonista femminile, darai autorevolezza alla descrizione, la renderai reale e molto più empatica. Nel caso di un romanzo d’amore, sono le emozioni, i dubbi e le congetture a trainare la storia.

Descrivere troppo nettamente i personaggi uccide la possibilità di fantasticare, giudicare e anche sbagliare. E sbagliare un giudizio su qualcuno, quando questi ci sorprende poi in positivo, è emozionante: “Pensavo fosse uno stronzo, invece con me è così…”.

4. Nomen omen: il nome del personaggio

Il nome è un presagio dicevano gli antichi. A volte puoi darne uno senza pensarci troppo, d’istinto perché in te suscita determinate emozioni, è va benissimo. 

Oppure puoi ragionarci, tentare di trovarne uno che sia in linea con alcuni tratti caratteristici del personaggio, difetti fisici o semplicemente per indicare in modo netto la sua provenienza.

I nomi nordici sono spesso usati per i grandi eroi come per i cattivi. In modo ancora più specifico quelli germanici (la II Guerra Mondiale in questo non gli ha fatto un grande favore) hanno una connotazione netta, dura che si addice a personaggi che hanno un ruolo di comando, o crudeli.

Anche in questo dovrai seguire una certa coerenza logica e scegliere il nome anche per raccontare una storia o tracciare alcune linee del suo passato. Se stai scrivendo un romanzo ambientato a Parigi, e lui si chiama Rashid, avrà chiare origini arabe che potrebbero essere utili per caratterizzare un personaggio.

Credo che eccedere con americanizzazioni, nomi banali e sempre uguali sia un errore. Allo stesso tempo avere ogni personaggio con un nome complicato, ricercato e troppo caratteristico sia pesante.

In linea di massima è opportuno scegliere con la massima cura quello dei protagonisti, magari anche uno esotico o particolare. Per gli altri eviterei di esagerare: nel tuo gruppo di amici ci saranno decine di Marco, Andrea, Laura e al massimo una che si chiama Cassandra!

5. Il carattere del personaggio, dialoghi e azioni

Il protagonista si deve evolvere all’interno della storia. Le esperienze che vive, gli errori che commette non possono passargli attraverso e scomparire ma modificano il suo modo di comportarsi: accade a tutti noi.

I personaggi devono avere un carattere. Il mio consiglio è di creare delle schede dove inserire i tratti peculiari. Più il personaggio è importante più dettagliata dovrà essere. Segna com’è fisicamente e il suo tratto caratteriale primario.

Es: permaloso. 

A questo punto scendi a cascata sui tratti secondari che lo andranno a caratterizzare e indirizzare, durante il racconto, in comportamenti, azioni e dialoghi precisi. Una persona permalosa tenderà a essere sulla difensiva quando le si parla. 

Leggerà accuse dove non ci sono, le esaspererà portando a una serie di conflitti e discussioni. L’uomo è fatto di luce e ombra (archetipo Junghiano), negarlo ai propri personaggi significa scrivere un romanzo piatto, irreale. Le persone buone non sono tali perché fanno solo del bene, ma perché, con quello che hanno, danno il meglio di sé e contrastano il proprio lato negativo.

I dialoghi sono uno degli elementi narrativi più difficili. Ho creato un piccolo decalogo ad hoc: Come scrivere i dialoghi in un romanzo.

Ho inserito in questo paragrafo anche le azioni dei personaggi perché, a mio avviso, non possono prescindere da come lo hai tratteggiato. Se è, appunto, permaloso e chiuso, potrebbe voler dimostrare di essere sempre il migliore e di conseguenza agire d’impulso.

Un personaggio così caratterizzato è una “mina vagante”, ti obbligherà alla coerenza narrativa che potrebbe sfociare in situazioni che non avevi pianificato. 

Caratterizzare un personaggio non significa dargli connotati marcati, frasi a effetto ripetute decine di volte o altri eccessi simili. Magari può andar bene su uno, ma seguire una linea simile su tutti potrebbe trasformare una buona storia in qualcosa di grottesco.